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Il Linguaggio Inclusivo Spiegato Bene: SCHWA, Critiche e Posizione della Crusca

    Il linguaggio inclusivo in italiano è uno degli argomenti più discussi e controversi della lingua italiana contemporanea. Lo si incontra nei giornali, nelle università, sui social media — e al centro del dibattito c’è spesso un simbolo insolito, lo schwa, che la maggior parte delle persone non ha mai visto prima di imbattersi in questo tema.

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    Parlare Includendo Tutti in Italiano

    Cos’è il Linguaggio Inclusivo e Perché Se Ne Parla in Italiano?

    Il linguaggio inclusivo è un approccio all’uso della lingua che mira a non escludere nessuno — in particolare, a non rendere invisibili le persone che non si identificano nel genere maschile o femminile, o che si identificano come non binarie.

    Il tema è particolarmente sentito in italiano per una ragione strutturale: l’italiano è una lingua con una forte marcatura di genere. Quasi tutti i sostantivi e gli aggettivi hanno un genere grammaticale — maschile o femminile — e non esiste un vero neutro, come invece accade in inglese con il pronome “they” o in tedesco con “es”.

    Tradizionalmente, quando ci si riferisce a un gruppo misto di persone, in italiano si usa il maschile plurale come forma generica. Per esempio:

    • «I ragazzi sono arrivati» — anche se nel gruppo ci sono donne.
    • «Gli studenti devono consegnare il compito» — anche se ci si sta rivolgendo anche a studentesse.

    Questo fenomeno si chiama maschile sovraesteso o maschile generico. Per molte persone rappresenta un problema, perché rende le donne e le persone non binarie linguisticamente invisibili. Ed è proprio da questa riflessione che nasce il dibattito su come intervenire.

    Le Soluzioni Proposte

    Nel corso degli anni — specialmente nell’ultimo decennio — sono state proposte diverse soluzioni per rendere l’italiano più inclusivo. Eccole nel dettaglio.

    A) Il Doppio Genere (o “Sdoppiamento” / “Reduplicazione Retorica”)

    La soluzione più tradizionale consiste nel citare entrambe le forme — maschile e femminile — all’interno dello stesso testo o discorso.
    Per esempio: «Cari ragazzi e care ragazze…» oppure «Gli studenti e le studentesse devono consegnare il compito.»

    • Pro: è grammaticalmente corretta e non richiede alcuna innovazione linguistica.
    • Contro: diventa rapidamente lunga e ripetitiva, soprattutto nei testi formali. Una frase come «tutti i cittadini e tutte le cittadine, tutti i lavoratori e tutte le lavoratrici…» appesantisce notevolmente la lettura.

    B) La Barra (/)

    Molto diffusa nello scritto, la barra obliqua viene inserita tra la desinenza maschile e quella femminile. Per esempio: «Caro/a studente/studentessa…» oppure «I/le ragazzi/e sono arrivati/e.»

    • Pro: compatta e visivamente chiara nel testo scritto.
    • Contro: inutilizzabile nel parlato e poco pratica quando le forme maschile e femminile differiscono molto tra loro — come nel caso di “studente” e “studentessa”. Inoltre, non contempla chi non si identifica in nessuno dei due generi.

    C) L’Asterisco (*) e il Simbolo Chiocciola (@)

    Per includere esplicitamente anche le persone non binarie, alcune comunità hanno adottato l’asterisco o la chiocciola al posto delle desinenze di genere. Per esempio: «Car* student*…» oppure «Amic@ mi@…»

    • Pro: segnala visivamente l’intenzione di includere più generi.
    • Contro: come la barra, funziona solo nello scritto, risultando impossibile da pronunciare. Non offre quindi alcuna soluzione per il linguaggio orale.

    D) Lo Schwa: La Proposta Più Discussa

    La proposta che ha generato il dibattito più acceso è quella dello schwa (simbolo: ə, plurale ɜ). Si tratta di una vocale centrale neutra già presente in fonetica internazionale, indicata con il simbolo ə dell’Alfabeto Fonetico Internazionale (IPA). Il nome “schwa” deriva dall’ebraico scevà, un dettaglio poco noto anche agli addetti ai lavori.

    In inglese, questo suono è presente nella “a” di «about» (/əˈbaʊt/) o nella “e” di «the» (/ðə/): è un suono vago, neutro, indistinto — e proprio questa neutralità ne ha fatto il simbolo scelto per rappresentare un genere grammaticale non marcato.

    In italiano, la proposta è di usare lo schwa al posto delle desinenze di genere, sia nel parlato che nello scritto. Al posto di bambino (maschile) o bambina (femminile), si userebbe bambinə. Al plurale si ricorre invece a ɜ (lo “schwa lungo”): «Cari studentɜ» in luogo di «cari studenti» o «care studentesse».

    Chi Ha Proposto lo Schwa in Italiano?

    C’è spesso confusione sull’origine di questa proposta. Lo schwa applicato all’italiano è stato introdotto per la prima volta nel 2016 da Luca Boschetto, attraverso il sito Italiano Inclusivo. Ha raggiunto una diffusione molto più ampia nel 2019, quando la sociolinguista Vera Gheno ne ha trattato nel suo libro Femminili singolari (ed. effequ). La stessa Gheno ha però sempre chiarito di non essere l’autrice originale della proposta, e che il suo intento era in parte provocatorio: aprire una discussione pubblica, non dettare una nuova norma grammaticale.

    Vale la pena precisare che alcune persone hanno erroneamente associato questa proposta all’Accademia della Crusca, che ha invece smentito categoricamente qualsiasi coinvolgimento.

    Come Si Pronuncia lo Schwa?

    Il suono /ə/ non fa parte della fonologia standard dell’italiano. I sostenitori della proposta fanno però notare che suoni molto simili esistono già in alcune varietà dialettali del Sud Italia: nel napoletano e nel siciliano, molte vocali finali tendono a neutralizzarsi in un suono vicino allo schwa. Un esempio è la parola napoletana Nàpulə, in cui la vocale finale indistinta corrisponde proprio a questo suono.

    Chi Usa lo Schwa?

    L’uso dello schwa è diffuso principalmente in certi ambienti universitari e accademici, nelle comunità LGBTQ+, in alcuni contesti giornalistici progressisti e sui social media, dove è più comune tra i giovani.

    Un Limite Tecnico Importante

    Lo schwa presenta un problema grafico rilevante: non esiste una versione maiuscola standard del simbolo ə. Nei contesti in cui si scrive in maiuscolo — titoli, intestazioni, documenti ufficiali — il simbolo crea difficoltà pratiche. A questo si aggiunge il fatto che non è presente sulle tastiere standard, rendendo la scrittura quotidiana meno immediata.

    E) Altre Soluzioni: La “U” Inclusiva

    Una proposta rimasta piuttosto marginale è quella di usare la “u” finale come desinenza neutra: «Caru amicu» al posto di «Car* amic*». Il problema è che in molti dialetti italiani — come il siciliano — la “-u” finale è già una desinenza tipicamente maschile, il che la rende paradossalmente meno inclusiva del maschile generico stesso.

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    Come Funziona nella Pratica: Esempi Concreti

    La tabella seguente mostra come cambierebbero alcune frasi comuni applicando lo schwa al posto delle desinenze di genere tradizionali.

    Forma tradizionaleCon lo schwa
    Caro studente / Cara studentessaCarə studentə
    Tutti gli studentiTuttɜ gli studentɜ
    Sei bellissimo / bellissimaSei bellissimə
    I miei amiciI miei amicɜ
    Benvenuti / BenvenuteBenvenutɜ

    Lo schwa sostituisce la vocale finale che marca il genere: -o (maschile) o -a (femminile) diventano al singolare, mentre -i (maschile) o -e (femminile) diventano al plurale. Gli articoli vengono generalmente lasciati invariati, poiché modificare anche quelli comporterebbe una ristrutturazione grammaticale ancora più profonda.

    Le Critiche al Linguaggio Inclusivo

    Il linguaggio inclusivo non è privo di critiche, anche da parte di chi ne condivide le intenzioni di fondo. Le obiezioni più ricorrenti riguardano cinque aspetti principali.

    • «L’italiano ha già un maschile generico.» Molti linguisti tradizionalisti sostengono che il maschile plurale non sia davvero “maschile” in senso biologico, ma una forma non marcata — usata per convenzione grammaticale quando il genere non è rilevante, e quindi già inclusiva per definizione.
    • «Lo schwa crea problemi di accessibilità.» Un punto concreto e spesso trascurato: lo schwa può rendere la lettura significativamente più difficile per le persone con dislessia o altri disturbi dell’apprendimento.
    • «Non si sa come pronunciarlo.» Per molti italiani — e a maggior ragione per chi studia l’italiano come lingua straniera — il suono /ə/ è insolito e difficile da produrre in modo naturale.
    • «Non esiste il maiuscolo.» Come già accennato, l’assenza di una versione maiuscola standard del simbolo ə crea difficoltà concrete nei testi formali.
    • «Non è democratico: lo capiscono solo in pochi.» La lingua è prima di tutto uno strumento di comunicazione. Modificarla in modo che risulti oscura a una parte dei parlanti rischia di produrre l’effetto opposto a quello desiderato: escludere invece di includere.

    L’Opinione dell’Accademia della Crusca

    Sul tema del linguaggio inclusivo si è espressa anche l’Accademia della Crusca, la più antica istituzione linguistica d’Europa dedicata all’italiano, fondata a Firenze nel 1583 e ancora oggi considerata l’autorità di riferimento sulla lingua italiana.

    La sua posizione è chiara e motivata. La Crusca ha dichiarato che schwa e asterisco non devono essere utilizzati, in quanto segni grafici privi di corrispondenza nel parlato italiano standard. Sul piano grafico, ha sottolineato che lo schwa è un simbolo dell’Alfabeto Fonetico Internazionale (IPA), non una lettera dell’alfabeto italiano: usarlo nei testi equivale a importare un segno tecnico in un contesto per cui non è stato concepito.

    La Crusca ha espresso parere negativo anche sull’uso di pronomi alternativi a lui/lei, sul recupero del neutro per riferirsi a persone non binarie e sulla cosiddetta “reduplicazione retorica” — ossia il doppio riferimento ai due generi, come «lavoratrici e lavoratori» — ritenendola una soluzione scomoda e non necessaria.

    La soluzione raccomandata è invece il ricorso a forme neutre o generiche già presenti nella lingua: per esempio «persona» al posto di «uomo», o «il personale» al posto di «i dipendenti». In alternativa, si suggerisce il maschile plurale non marcato, usato però con piena consapevolezza del suo valore grammaticale inclusivo.

    Su un punto specifico, però, la Crusca si esprime con nettezza a favore: l’uso dei nomi di cariche e professioni declinati al femminile. Forme come «la ministra», «l’avvocata», «la sindaca» e «la magistrata» — a lungo evitate o considerate scorrette — sono oggi esplicitamente raccomandate.

    In sintesi: la Crusca dice “sì” alla valorizzazione del femminile nei nomi di professione, “sì” alle forme neutre già esistenti nella lingua, e un “no” deciso allo schwa, all’asterisco e a qualsiasi segno grafico che non ha una corrispondenza nel parlato. Una posizione tecnica, ma con conseguenze molto concrete.

    Domande Frequenti

    Lo Schwa È Obbligatorio in Italiano?

    No. Lo schwa è una proposta nata in ambito accademico e progressista, priva di riconoscimento nella grammatica normativa italiana. L’Accademia della Crusca si è espressa chiaramente contro il suo utilizzo nei testi standard.

    Devo Usare il Linguaggio Inclusivo Quando Studio l’Italiano?

    No. È utile conoscere il dibattito e saper riconoscere queste forme quando le si incontra — sui social, in certi testi giornalistici o accademici — ma non c’è alcun obbligo di adottarle. Per sostenere esami e comunicare correttamente, il maschile generico e le forme tradizionali rimangono la norma.

    Cosa Dice l’Accademia della Crusca Sulle Professioni al Femminile?

    Su questo punto la Crusca è esplicita: raccomanda l’uso delle forme femminili per i nomi di cariche e professioni. «La ministra», «l’avvocata», «la sindaca», «la magistrata» sono forme corrette e consigliate, non eccezioni o stravaganze linguistiche.

    Lo Schwa Esiste Già in Qualche Dialetto Italiano?

    Sì. Suoni molto simili allo schwa sono già presenti in alcune varietà dialettali del Sud Italia: nel napoletano e nel siciliano, molte vocali finali tendono a neutralizzarsi in un suono vicino a /ə/. Un esempio classico è la parola napoletana Nàpulə, in cui la vocale finale corrisponde proprio a questo suono.

    Il linguaggio inclusivo è solo una delle tante sfaccettature dell’italiano — scoprine altre nell’articolo dedicato a come smettere di tradurre e iniziare a pensare direttamente in italiano.

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    4 commenti su “Il Linguaggio Inclusivo Spiegato Bene: SCHWA, Critiche e Posizione della Crusca”

    1. Sebbene sia straniero, per cuanto riguarda il linguaggio inclusivo SCHWA in Italia , condivido pienamente l’opinione della CRUSCA.

    2. Come persona cieca e utente di un lettore schermo, questa questione del linguaggio inclusivo è veramente un incubo, quindi, no, no, no e assolutamente noooo.

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